Le opinioni

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Bilinguismo a scuola o deprivazione verbale?

2 settembre 2015

Ho già espresso a suo tempo il mio parere sullo sviluppo degli insegnamenti in inglese nelle università: ne capisco le ragioni di marketing (attrarre studenti di altre nazionalità) e capisco l’importanza che un laureato italiano abbia una buona conoscenza dell’inglese. Ma mi pare altrettanto importante che un laureato, anche di materie tecnico-scientifiche, abbia un’ottima e avanzata conoscenza dell’italiano, dal momento che il lavoro di molti di loro non sarà quello di collaborare con inglesi, tedeschi, francesi, arabi, cinesi a Londra, New York, Parigi, Berlino o altrove, ma di lavorare in Italia per conto di normali cittadini italiani, con i quali colloquiare e contrattare. Già ora, con i corsi prevalentemente in italiano, questo obiettivo è raggiunto solo parzialmente. Cosa accadrà a chi avrà seguito cicli di lezioni tenuti interamente in inglese?

Sono, poi, preoccupato non tanto della qualità dell’inglese dei docenti (che comunque influisce direttamente sull’efficacia dell’insegnamento), quanto dell’artificialità dell’interazione in classe in una lingua diversa da quella della maggior parte dei presenti: è difficile, anche al Politecnico di Milano, antesignano delle lezioni tutte in inglese, che le classi siano formate in maggioranza da parlanti inglesi madrelingua. Rarissimi, poi, saranno i docenti che hanno l’inglese come lingua materna. Il rischio che ne consegue è che risulti appiattita la profondità argomentativa dello scambio educativo e che le capacità espositive, argomentative e dialettiche degli studenti si atrofizzino.

In attesa che la Corte costituzionale decida in merito alla liceità della decisione del Politecnico di Milano di tenere tutti i suoi corsi magistrali in inglese, oltre che di avere chiari riscontri sulle abilità di comprensione e di produzione dei testi raggiunte da studenti formati in una lingua diversa dalla loro lingua materna (per esempio attraverso valutazioni come le prove teco organizzate in Italia dall’Anvur), le università stanno aumentando, con politiche diverse, i corsi offerti in inglese.

Ma anche le scuole superiori stanno sviluppando singoli corsi in inglese. Pure in quest’ambito, Milano è all’avanguardia. Secondo Repubblica uno storico liceo classico della città, il ‘Tito Livio’, si starebbe preparando a tenere tutti i suoi corsi in inglese, almeno in alcune sezioni. Le notizie non sono però chiarissime: anche se si parla di ‘liceo bilingue’ poi si dice che “tutte le materie – dal latino alla matematica – verranno spiegate in lingua inglese”. Ma se è così è monolinguismo inglese, non bilinguismo (forse l’idea di liceo bilingue nasce dal fatto che, se ho capito bene, alcune sezioni avranno le lezioni in inglese, altre in italiano).

Rispetto al progetto del Politecnico, è meno chiaro quanto possano essere proficue le lezioni in inglese in un liceo frequentato quasi esclusivamente da italiani. E non è nemmeno chiaro quanto approfondite siano le conoscenze della lingua inglese del corpo docente. Anzi, alla scuola milanese spiegano che “a cominciare dai prossimi giorni, per due anni di fila, più della metà dei professori che già lavorano nella scuola frequenterà ogni settimana corsi intensivi di perfezionamento, di conversazione e scrittura. La risposta degli insegnanti – prosegue l’articolo – è stata inaspettata [...]: hanno bussato alla porta della presidenza in trenta per autocandidarsi, su cinquanta nomi che compaiono all’interno dell’organico. Docenti di greco e di storia dell’arte, di filosofia e di scienze. Dovranno raggiungere come minimo una certificazione di livello B1 per poter far parte del nuovo programma di lezioni”.

Ricordo a questo punto quali sono le competenze classificate con il livello B1 del Quadro comune europeo di riferimento per le lingue: “È in grado di capire i principali punti di un chiaro input linguistico di tipo standard su contenuti familiari regolarmente incontrati al lavoro, a scuola, nel tempo libero ecc. Sa cavarsela in molte situazioni durante un viaggio in un paese dove sia parlata la lingua oggetto del suo apprendimento. Sa produrre semplici testi dotati di coesione su argomenti che gli sono familiari o che sono di suo interesse. Sa descrivere esperienze e eventi, sogni e speranze, ambizioni, e esporre brevemente ragioni e spiegazioni per opinioni e progetti”. Non è pochino per poter formare degli adolescenti?

Il rischio è che da una preparazione liceale di questo tipo escano studenti che masticano più o meno bene l’italiano e l’inglese, ma che non sanno dominare pienamente né l’una né l’altra lingua, e che hanno minori capacità di comprensione e produzione di testi elaborati rispetto ai loro coetanei. Insomma che, con tutte le migliori intenzioni, si arrivi in realtà a formare dei ‘deprivati verbali’, per usare una vecchia espressione degli anni Settanta coniata dal sociologo dell’educazione Basil Bernstein. Spero vivamente che i fatti mi diano, tra qualche anno, torto. Ma il rischio c’è.

Michele Cortelazzo