Società

Noam Chomsky. Foto: Graeme Robertson /eyevine/contrasto

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Il bene comune e la gabbia della libertà

10 marzo 2017

“Che cos’è il linguaggio? Quali sono i limiti dell’intelletto umano (se esistono)? E qual è il bene comune per il quale dovremmo lottare?”: le tre domande cui Noam Chomsky risponde nel volume Tre lezioni sull'uomo (Ponte alle Grazie, p. 128). Chomsky, in tre brevi lezioni, dimostra quanto spesso e quanto facilmente le ovvietà, così banali nel loro essere vere, possano essere ignorate o rifiutate, mentre l’errore diventa prassi, se non teoria, dominante. Partendo dal “linguaggio” e arrivando al “bene comune”, il grande intellettuale americano marca una linea che unisce “lingua” e “politica” con un tratto semplice e arcano al tempo stesso: la comprensione di ciò che l’uomo conosce in sé e al di fuori di sé.

Ci soffermiamo in particolare sul concetto di bene comune. Secondo Chomsky, gli esseri umani sono animali sociali dipendenti, nella loro evoluzione, dalle condizioni sociali, culturali e istituzionali in cui vivono. Per questo è rilevante domandarsi quale tipo di organizzazione della società garantisca giustizia, benessere e realizzazione delle aspirazioni di ognuno. Il linguista di Philadelphiainizia la sua analisi partendo dai principi etici universali, definiti tali “perché quasi tutti li professano” ma che si possono considerare “doppiamente universali, giacché sono allo stesso tempo pressoché universalmente rifiutati nei fatti”. Si tratta di dottrine che ci invitano ad applicare a noi stessi i medesimi criteri che applichiamo agli altri (Kant docet): si pensi all’impegno a promuovere la democrazia e i diritti umani, proclamo fatto a gran voce “persino dai peggiori mostri”, ma la cui realtà è “cupa”. 

Il ragionamento di Chomsky muove dal Saggio sulla libertà di John Stuart Mill, la cui epigrafe – tratta dai testi di Wilhelm von Humboldt, uno dei fondatori del liberalismo classico – sottolinea “l’assoluta ed essenziale importanza dello sviluppo umano nella sua più ricca diversità”. Ne consegue che le istituzioni che ostacolano questo sviluppo sono da considerare illegittime, a meno che possano in qualche modo giustificare la propria esistenza. L’interesse per il bene comune, quindi, dovrebbe spingere l’uomo a trovare il modo di favorire lo sviluppo umano in tutta la sua più ricca diversità. 

Adam Smith, nel suo saggio “Teoria dei sentimenti morali”, osserva: “Per quanto egoista si possa ritenere un uomo, ci sono evidenti principi nella sua natura che lo portano a interessarsi alle sorti del prossimo suo e che gli rendono indispensabile l’altrui felicità, benché egli non ne guadagni nulla se non il piacere di contemplarla”. Smith riconosce il potere di quella che chiama “la vile massima dei padroni dell’umanità”: “Tutto per noi e niente per gli altri”. Ma le più benevole “passioni originarie della natura umana” possono compensare questa patologia: se è quindi vero che il liberalismo classico è naufragato sulle “secche del capitalismo”, il suo impegno filantropico e le sue aspirazioni non sono venute mai meno. Rudolf Rocker, un pensatore e attivista anarchico del ventesimo secolo, propone lo stesso concetto. Rocker parla di “una precisa tendenza della storia dell’umanità” ad aspirare al “libero e incontrastato sviluppo di tutte le forze individuali e sociali della vita” e traccia la storia di una tradizione anarchica che sarebbe culminata, in Europa, nel “socialismo libertario”. Questo tipo di socialismo, sostiene, non propone un “sistema sociale isso e chiuso in se stesso”, con una risposta precisa a tutti i problemi della vita umana, ma piuttosto una tendenza dello sviluppo umano a realizzare gli ideali dell’illuminismo. Visto in questi termini, l’anarchismo rientra nella più ampia sfera di pensiero e d’azione del socialismo libertario che avrebbe portato alle conquiste della rivoluzione spagnola del 1936; alle aziende autogestite che oggi si stanno diffondendo nella cintura industriale statunitense, nel Messico settentrionale, in Egitto e in diversi altri paesi, soprattutto nel Paese Basco; ai molti movimenti cooperativi di tutto il mondo, e a una buona parte delle iniziative promosse dalle organizzazioni femministe e da quelle per la difesa dei diritti umani e civili. Questi movimenti mirano tutti ad «allargare il pavimento della gabbia» delle istituzioni coercitive. Per spiegare il concetto, Chomsky cita ancora Rocker: “Il problema del nostro tempo è quello di liberare l’uomo dalla sciagura dello sfruttamento economico e della schiavitù politica e sociale”. 

L’anarchismo è notoriamente contrario allo Stato e, per usare le parole di Rocker, propone come alternativa “l’amministrazione pianificata delle cose nell’interesse comune”, affidata ad ampie federazioni di comunità e luoghi di lavoro autogestiti. Tuttavia, secondo Chomsky, gli anarchici che mirano a questo obiettivo spesso sostengono che lo Stato dovrebbe proteggere le persone, la società e la terra stessa dalla devastazione prodotta dal capitale concentrato in mani private. Questa, secondo l’autore, non è una contraddizione: “Nella società attuale ci sono persone che vivono in condizioni terribili, è quindi necessario usare ogni mezzo per salvaguardarle, anche se l’obiettivo a lungo termine è la costruzione di un’alternativa migliore”. La “gabbia” è, quindi, una forma di difesa dalle “belve che si aggirano al suo esterno”: le predatorie istituzioni capitalistiche dedite per principio al guadagno privato, al potere e al dominio, per le quali l’interesse della comunità è marginale, esaltato nei discorsi retorici ma ignorato nella pratica. 

Scrive Chomsky che la maggior parte degli studi accademici più autorevoli in materia di scienze politiche rivela che la maggioranza della popolazione degli Stati Uniti è in pratica priva di diritti: circa il 70 per cento della popolazione della fascia di reddito più bassa non influisce minimamente sulla politica. Salendo di fascia, l’influenza aumenta gradualmente. Al massimo livello ci sono le persone che invece la determinano. Il sistema che ne deriva non è una democrazia ma una plutocrazia: un sistema in cui pochi godono della libertà, e la sicurezza è garantita solo alle élite. Invece, come sostiene Rocker, un sistema davvero democratico dovrebbe assumere il carattere di “un’alleanza tra gruppi liberi di uomini e donne basata sul lavoro cooperativo e sull’amministrazione pianificata delle cose nell’interesse della comunità”: si tratta dell’antitesi del neoliberismo, di cui Chomsky è noto oppositore. La “tutela politica” delle plutocrazie si oppone alla considerazione della libertà come valore fondamentale, che antepone la difesa della stessa ad ogni autorità o legge. Si tratta della sintesi della dottrina del libertarismo sociale che, mirando a contrastare il potere dello Stato e di tutti quegli enti che limitano o avversano la giustizia sociale e la libertà individuale e politica, è “sempre pronta a far capolino, a volte in un modo sorprendente e inaspettato, per cercare di realizzare quella che”, agli occhi del nostro autore, è “una ragionevole approssimazione del bene comune”.

Chomsky sembra volerci comunicare l’urgenza di tornare a conoscere e riconoscere l’oggetto del “bene comune”, trasformato da concetto universale a “gabbia” della libertà. In questa crisi del paradigma di “bene comune”, perfino l’antico Aristotele “etico” e “politico” appare un radicale.

Gabriele Nicoli