Società

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I bambini non sono affatto buoni e le biblioteche non sono affatto noiose

19 maggio 2017

“L’abito non fa il monaco”, “I giovani non leggono”, “L’Islam è intollerante”, “Non ci sono più le mezze stagioni”: pregiudizi, credenze, luoghi comuni, ovvero “tutte quelle cose che ognuno di noi crede di sapere sulla base non di una vera informazione, ma di una percezione più o meno passivamente condivisa. Come recita un facile aforisma, d’altronde, “il pregiudizio peggiore è quello di chi crede di non avere pregiudizi”. Così scrive Giuseppe Antonelli nell’introduzione al volume Il pregiudizio universale (Laterza, 2017, pp. 393).

In una sequenza di agili capitoli, un centinaio di autori mette in discussione altrettanti luoghi comuni, dogmi e false convinzioni: lo psicanalista Massimo Ammaniti, per esempio, sfata la dolce convinzione per cui “I bambini sono buoni”: “Non posso non pensare ai luoghi comuni che avvolgono l’infanzia, primo fra tutti che i bambini sono buoni, mentre siamo noi adulti ad essere cattivi. Vi è una lunga tradizione nel mondo occidentale a considerare i bambini “creature innocenti”. Il mito del bambino che è sempre buono non aiuta a interagire con i bambini”, spiega.

Massimo Montanari afferma che è un pregiudizio l'idea per cui “nella carbonara la cipolla non ci va”: “Il problema è chi decide le regole […]. Se una ricetta è firmata, gli ingredienti e la preparazione sono stabilite da qualcuno con nome e cognome. Ma se l’autore è collettivo chi garantisce l’autenticità?”, scrive. Infatti, “nessuna ricetta è immobile e immutabile, fino a che qualcuno non la codifica. Ma a quel punto avrà una firma, un autore che pretende di aver interpretato l’autentico dichiarando “falso” quanto non si adegua alle sue scelte. La cucina è fatta di alcune regole e di molte libertà, quelle che, giorno dopo giorno, danno vita e corpo a un piatto. Senza dogmi, senza rigidità”.

Il governatore della Banca d'Italia Ignazio Visco ribalta il comune pensiero secondo cui “con la cultura non si mangia”:  suggerisce che “investire in cultura, in conoscenza, è la risposta migliore che possiamo dare alle difficoltà di oggi e all’incertezza del futuro, consapevoli che finirà per ripagarci, con gli interessi. Perché, come scriveva ormai quasi tre secoli fa Benjamin Franklin nel suo Almanacco, “An investment in knowledge pays the best interest” (il rendimento dell’investimento in conoscenza è più alto di quello di ogni altro investimento)”.

Sempre in tema di pregiudizi “classici”, quando pensiamo ad una biblioteca, la crediamo un luogo dove sia difficile interagire con gli altri, un posto noioso e poco divertente. Antonella Agnoli fornisce un’immagine diversa della biblioteca, che assomiglia ad una “piazza del sapere”. Prende ad esempio alcuni Comuni italiani, tra cui Fano e Cinisello Balsamo, “luoghi dove il sapere (sotto forma di libri e di documenti audiovisivi) è ben presente ma dove, nello stesso tempo, si chiacchiera, si gioca, si frequentano corsi, si ottengono informazioni”.

Lo stilista Antonio Marras si occupa di sfatare il pregiudizio secondo cui “L’abito non fa il monaco”: “L’abito, da muto e umile oggetto, può esprimere le idee più sovversive e diventare strumento di lettura della realtà. Parla un linguaggio universale, capace di abbattere limiti di tempo e di spazio, capace di far capire come è il mondo e come potrebbe essere”.

Ancora: “Ogni volta che leggo su un giornale che “la letteratura italiana è morta” mi preoccupo sempre moltissimo per la salute dell’estensore dell’articolo”. Con queste parole, volte a sbugiardare il preconcetto per lo più emotivo per cui “La letteratura italiana è morta”, lo scrittore Nicola Lagioia spiega che è vero che “lo stato della critica in Italia è preoccupante” ma che rimaniamo pur sempre “una delle cinque o sei letterature più interessanti al mondo”. “Chiedete in Spagna e in Portogallo di Antonio Tabucchi, in Germania di Umberto Eco, in Francia di Roberto Calasso, a chiunque di Andrea Camilleri”, aggiunge.

Gino Roncaglia sfata il mito degli adolescenti quali “nativi digitali”, asserendo che il concetto non sussiste poiché non rappresenta una vera mutazione antropologica. Mentre “la vulgata televisiva e giornalistica sembra avere pochi dubbi, e usa questa espressione con frequenza e disinvoltura”, Roncaglia rileva innanzitutto “un problema terminologico”: “quando parliamo di digitale parliamo in realtà di una forma di codifica. Gli ‘0’ e gli ‘1’ del codice binario sono usati per rappresentare informazione (testi, immagini, suoni, video, istruzioni di programma…), ma a usare la codifica digitale è il computer, non l’uomo. Comunque, “al di là dell’espressione infelice”, non “esiste davvero una differenza antropologica fra le generazioni precedenti e quelle successive alla rivoluzione digitale”. Infatti, non è logico identificare un “salto evolutivo fra l’homo sapiens e l’homo sapiens digital”. Tuttavia, specifica Roncagli, ciò “non implica in alcun modo che le differenze fra prima e dopo la rivoluzione digitale – in particolare nell’ecosistema informativo e comunicativo delle nuove generazioni – non ci siano. Ci sono, e di enorme rilievo. Ma a queste differenze dobbiamo guardare nella loro articolazione, nella loro complessità, nella loro evoluzione, senza essere condizionati da uno schema interpretativo decisamente troppo semplicistico”.

Il concetto per cui “La democrazia è il governo del popolo”, invece, ha in sé “un errore sintomatico. Si nutre della confusione tra “governo” e “potere””. Parte da qui la considerazione di Luciano Canfora, filologo classico, sul significato etimologico della parola democrazia. All’idea di governo del popolo “non è azzardato osservare che nessun esempio storicamente documentato se ne può addurre”. Perché, dunque, siamo portati a considerare “popolare” questa forma di governo? Perché è un’idea che assumiamo come tale: è, appunto, un pregiudizio. “Neanche l’assemblea popolare, apparentemente “onnipotente” di quella minuscola realtà che fu la “città” antica poté effettivamente esercitare un “governo del popolo” bensì intermittenti momenti di “potere popolare””, facendo riecheggiare il concetto di anaciclosi tanto caro a Polibio.

“Forse la matematica, che somiglia più a un “come” che a un “perché”, è un’opinione”: Chiara Valerio, scrittrice ed editor, cerca di confutare uno dei luoghi comuni con cui abbiamo spesso a che fare, “La matematica non è un’opinione”. “Lo so, non è educativo perché la matematica è una disciplina che abitua all’astrazione, a una immaginazione che non è metamorfosi, ma non dico di farlo, dico di pensare che siamo noi a scegliere proprio quel simbolo e nessun altro”, scrive in maniera un po' dissacrante.

L'idea per cui “i sondaggi non ci prendono mai”, invece, è messa in discussione da Nando Pagnoncelli, che mette in evidenza “la tendenza ad utilizzarli per orientare le opinioni dei cittadini” in “un contesto di incertezza e fluidità elettorale”, in cui è giocoforza “necessario ridimensionare le aspettative e accontentarsi delle linee di tendenza”.

In più, chi non si è mai sentito dire che mangiare pesce “fa bene alla memoria perché contiene fosforo”? Non c'è alcuna evidenza scientifica di ciò, come spiega il nutrizionista Marcello Ticca: tralasciando il fatto che ci sono molti alimenti ben più ricchi di fosforo del pesce, non esiste alcun collegamento accertato fra questo minerale e le capacità mnemoniche.

Che dire, inoltre, de "la corruzione [che] ci costa 60 miliardi l'anno"? A riguardo gli economisti Luca Ricolfi e Caterina Guidoni spiegano che questo assurdo dato implicherebbe che in Italia si concentri addirittura l'8,5% della corruzione mondiale.

Ancora, Veronica De Romanis sfata la credenza secondo cui, nell’Unione Europea, “l’austerità è imposta dalla Germania”, Oscar Iarussi scredita il mito secondo cui “i festival culturali lasciano il tempo che trovano”, la blogger milanese Elasti smentisce il detto “mogli e buoi dei paesi tuoi” e Franco Farinelli racconta l'esegesi storica dell'affermazione “tra il dire il fare c'è di mezzo il mare”.

Il pregiudizio, sottolinea Antonelli nella sua prefazione, “spesso non è che un luogo comune: uno spazio mentale condiviso e affollato. Consola e rassicura, si diffonde e si rafforza proprio perché è comune: definisce e rinsalda la coesione di un gruppo, disegnandone un'identità”. Risultano, in questo senso, quanto mai (tristemente) attuali i luoghi comuni per cui “I clandestini sono tutti delinquenti”, “Gli immigrati ci rubano il lavoro”, “Siamo invasi dai rifugiati”, “Buon sangue non mente”. Eppure, come spiega Telmo Pievani, filosofo ed evoluzionista presso il Dipartimento di Biologia dell'Università di Padova, “il buon sangue, alias DNA, viene da una mamma e da un papà, ricombinato ogni volta in modo diverso, da genitori che avevano genitori e genitori di genitori, provenienti da chissà quali angoli del mondo. L'evoluzione insegna infatti che, a guardar bene, in ogni posto sulla Terra c'è sempre qualcuno che è più autoctono di te”.

Per combattere il dogmatismo dei preconcetti non ci sono armi migliori della logica, della scienza e della dialettica: elementi attraverso cui, con un pizzico di sana ironia e senza troppe pretese, il volume intende spingere il lettore a pensare, a ripensare, ad anteporre il giudizio al facile e veloce pregiudizio.

Gabriele Nicoli