Scienza e ricerca

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Ansia da matematica? Niente paura, se siete donne

21 luglio 2016

Il battito accelera, le mani sudano, si fatica a concentrarsi sul foglio con tutti quei numeri: l’ansia da matematica è donna, ma i risultati che maschi e femmine raggiungono nei test di aritmetica sono gli stessi. Segno che, al di là del credere comune e nonostante il maggiore stress emotivo nello svolgimento del compito, le ragazze potrebbero avere in realtà maggiori potenzialità rispetto ai maschi. Un risultato da non sottovalutare, se si considera che solitamente la carriera scientifica viene vista come appannaggio maschile. A questi risultati giunge uno studio pubblicato su Learning and Individual Differences da un gruppo di ricerca internazionale di cui fanno parte anche Irene Cristina Mammarella e Sara Caviola del dipartimento di Psicologia dello sviluppo e della socializzazione dell’università di Padova  e che da tempo si occupano di questi argomenti.

“L’ansia da matematica – spiega Caviola – è una ulteriore difficoltà che lo studente incontra nella fase già complessa dell’apprendimento. Si tratta di sentimenti negativi di tensione e preoccupazione che insorgono quando si deve affrontare un compito matematico e che compromettono le risorse cognitive a disposizione”. Questo di conseguenza determina poca fiducia nelle proprie capacità e un minor interesse nei confronti della materia. 

Fino a questo momento la ricerca si è concentrata sugli adulti, mentre i dati sugli studenti della scuola primaria e secondaria erano molto scarsi. Per questo il team ha preso in esame un campione di 1.014 alunni di scuole italiane di età compresa tra gli 8 e i 13 anni. Risultato: le bambine provano effettivamente maggiore ansia nei confronti della matematica rispetto ai maschi, sia nella scuola primaria che secondaria. A influire sono fattori genetici, sociali e ambientali. Tradizionalmente, infatti, la matematica è vista come un settore di dominio maschile e ciò potrebbe indurre le femmine a considerarsi meno capaci, con il carico emotivo che ne consegue. Senza contare poi che la percezione delle proprie capacità può giocare un ruolo importante sulle performance. Si tratta, evidentemente, di stereotipi di genere che possono anche arrivare a compromettere il processo di apprendimento e il rendimento delle studentesse. Se queste sono le premesse, le conclusioni a cui giungono i ricercatori sono interessanti. “Nonostante siano state riscontrate differenze di genere nel grado di ansia che può suscitare un compito matematico – sottolineano gli scienziati –, maschi e femmine hanno ottenuto risultati simili nei test di aritmetica. Il fatto che le performance siano sovrapponibili, nonostante le studentesse riportino un maggiore stress emotivo verso la materia, può suggerire che in realtà abbiano potenzialità maggiori rispetto ai maschi nel campo della matematica”. 

Oltre a questo, lo studio mette in evidenza anche altri aspetti. I ricercatori, ad esempio, hanno rilevato che il problema dell’ansia da matematica, anche se diventa più marcato nella scuola secondaria con il progredire della scolarizzazione, può già insorgere quando l’alunno frequenta la primaria. A otto, nove anni il bambino non possiede ancora le strategie necessarie e la maturità cognitiva per affrontare in modo efficace le sue preoccupazioni, mentre a 11-12 comincia a risentirne il rendimento scolastico. Inoltre questi stati d’animo sono solo in parte correlati a un possibile stato d’ansia generalizzata dato che, secondo gli scienziati, si tratta di due “costrutti separati”.  

Sara Caviola sottolinea l’importanza di rendere consapevoli insegnanti e genitori dell’esistenza di questo problema, anche perché inconsciamente essi possono influire sulle emozioni (e sulle performance scolastiche) del bambino. Secondo uno studio coordinato da Sian L. Beilock dell’University of Chicago, ad esempio, i genitori che non hanno un buon rapporto con la matematica e comunque aiutano con frequenza i figli nel lavoro scolastico pomeridiano determinano nei ragazzi gli stessi stati d’ansia da loro vissuti e ne compromettono il processo di apprendimento nel corso della carriera scolastica. 

“Il lavoro dell’insegnante poi è molto complesso – continua Caviola – specie se si tiene conto della presenza oggi di classi molto numerose e di studenti stranieri. Per questo dobbiamo essere noi ricercatori a fornire gli strumenti necessari alla professione”. A tale scopo la psicologa ha recentemente collaborato con Caterina Primi dell’università di Firenze per la validazione di un test da utilizzare nella scuola primaria utile a riconoscere la presenza nei bambini di stati d’ansia legati allo svolgimento di compiti matematici. Si tratta dell’Abbreviated Math Anxiety Scale (Amas) già utilizzato a livello internazionale negli adulti. 

Da settembre inoltre, dopo aver vinto un Marie Curie Individual Fellowship, cioè un finanziamento di quasi 200.000 euro, la giovane ricercatrice lavorerà per un periodo di due anni al Center for Neuroscience in Education dell’University of Cambridge nel team di Dénes Szűcs. Qui si dedicherà a un progetto che ha lo scopo di indagare quali strategie di calcolo bambini e adulti mettano in atto per risolvere algoritmi complessi (Do math outcomes reflect expertise linked to effective strategy selections? Event related brain potentials and eye movement studies in children and adults). A caratterizzare la ricerca sarà l’impiego di nuove tecnologie d’indagine, tecniche psicofisiologiche e neurofisiologiche come elettroencefalografia e analisi dei movimenti oculari, finora mai utilizzate in questo settore di studio. 

La passione per i numeri nella giovane ricercatrice nasce molto presto. “Ricordo ancora che al termine del quinto anno di liceo mi divertivo ore e ore a esercitarmi in matematica per la prova di maturità. Mi riusciva facile, tanto che gli insegnanti mi suggerivano di iscrivermi a ingegneria”. Ma a lei più che la matematica in sé interessava capire, piuttosto, perché molti studenti incontrassero difficoltà nell’apprendimento della materia. Così, con buona pace dei suoi professori, si iscrisse al corso di laurea in psicologia a Padova e ora, dopo un dottorato e molti anni spesi nella ricerca, volerà a Cambridge per continuare con i suoi studi. 

Monica Panetto