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Deposito Amazon a Koblenz. Foto: Martin Leissl/laif

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Amazon, Irina e i posti di lavoro

13 luglio 2017

Irina non è la mia nuova fidanzata e nemmeno, purtroppo, Irina Shayk. È invece il nome che Amazon ha scelto per l’armadio che si trova nel supermercato dove faccio la spesa e dove posso comodamente ritirare i prodotti che ho comprato online. Si ordina sul sito, arriva il codice a barre via mail e poi vai a ritirare quando vuoi, senza la seccatura di dover gestire la consegna con il corriere. In attesa dell’arrivo dei droni che porteranno i pacchetti a casa, sembra la quadratura del cerchio. Tutto perfetto, tutti contenti: azienda che offre un servizio ad alto valore aggiunto, consumatore che vede la sua vita semplificata. Nel linguaggio degli economisti è un’operazione win-win, dove tutti vincono.

Il problema è che questa storia non ha solo vincitori. Ci sono anche i perdenti. Sono gli addetti, e più in generale le aziende, che lavorano all’interno dei canali distributivi tradizionali, che vedono ogni giorno erodere il proprio mercato e che subiscono le conseguenze negative di questa profonda trasformazione nel commercio.

Il New York Times ha recentemente pubblicato un articolo su questa trasformazione: sebbene il commercio elettronico rappresenti solo l’8,5% del commercio negli Stati Uniti, le implicazioni sul mercato del lavoro sono più che proporzionali rispetto alla quota di mercato. La crescita dei posti di lavoro nell’e-commerce negli ultimi 15 anni è stata del 334% ma il suo contributo alla domanda aggregata nel settore, rispetto alle forme più tradizionali come supermercati e negozi, è modesta. In termini numerici i posti creati dall’e-commerce negli ultimi 15 anni sono solo 178.000, a fronte di una perdita di 448.000 di posti di lavoro nei department store.

La ragione di questa differenza è la maggiore produttività dei lavoratori impiegati nell’e-commerce. L’uso del digitale accompagnato a un’organizzazione più efficiente consente di avere performance superiori che si traducono da un lato in stipendi leggermente migliori per i lavoratori, rispetto alla media del commercio al dettaglio, e dall’altro in una maggiore capacità delle imprese di estrarre valore pur avendo un costo del lavoro più elevato.

Inoltre, l’e-commerce cambia la geografia della localizzazione dei lavoratori nel settore delle distribuzione, sempre più concentrati all’interno di poche  grandi aree urbane. In altri termini: più il consumatore compra online più aumenta la probabilità che i negozi fisici che si trovano attorno a lui spariscano. Il che a lungo andare può mettere a repentaglio lo stesso reddito del consumatore che potrebbe indebolirsi per la semplice ragione che a livello locale viene a mancare la spesa di quei lavoratori che prima erano impiegati nella distribuzione tradizionale.

Questa situazione non è nuova in assoluto. È un esempio di quello che molti decenni fa Schumpeter chiamava “distruzione creatrice”: l’innovazione tecnologica distrugge i vecchi settori per generarne di nuovi. Quello che abbiamo imparato oggi, e che l’e-commerce rende evidente, è che il fenomeno di distruzione creatrice ha un importante effetto spaziale: mentre la distruzione avviene in modo omogeneo sul territorio (i tradizionali negozi chiudono un po’ dappertutto), la creazione di nuovi posti è invece concentrata in pochi luoghi. Se prendiamo il mondo del digitale nel suo complesso vediamo che la maggior parte delle aziende importanti è localizzata in pochissime località di Seattle e della Silicon Valley. Un fenomeno che è stato ben analizzato da Van Alstyne, ricercatore del MIT di Boston, che ha mostrato come ben 63 società con un valore superiore a 1 miliardo di euro siano localizzate in quelle aree, per un valore complessivo di 2.800 miliardi di dollari. La Cina è la seconda area al mondo per importanza nel digitale, con 42 aziende per un valore complessivo di 670 miliardi (quattro volte di meno rispetto a Silicon Valley) mentre l’Europa è molto distante, con appena 27 società, per un valore complessivo di 161 miliardi.

Il paradosso di questo meccanismo è che se i dati economici per l’economia di un paese sono globalmente positivi non è detto che questi si traducano in una crescita omogenea: anzi molto spesso possiamo osservare una forte diseguaglianza nella distribuzione dei redditi, con intere aree geografiche in gravi difficoltà.

Un fenomeno che sembra destinato ad ampliarsi per la combinazione di due leggi specifiche che caratterizzano il mondo del digitale: gli effetti di rete e la natura free-scale di internet. Gli effetti di rete sono legati all’aumento dell’utilità per il singolo utente di una tecnologia/servizio al crescere del numero degli altri utenti: più aumentano gli utilizzatori più aumenta l’utilità complessiva di quella tecnologia/servizio. L’aumento non è però lineare ma esponenziale. Superata una cerca massa critica iniziale il fenomeno si autoalimenta (pensiamo ad esempio alla diffusione di Facebook) e porta sostanzialmente a situazioni nei quali c’è un solo vincitore nel settore, con esiti sostanzialmente monopolistici.

La seconda legge riguarda invece la natura “senza scala” di internet. Cosa significa? Molti studi in ambito matematico hanno messo in luce come l’aumento della dimensione non cambi la struttura delle relazioni tra i nodi della rete. Questo significa che se alcuni nodi hanno una posizione centrale vedranno crescere la propria centralità con l’aumento della dimensione della rete. L’idea un po’ ingenua della dimensione “democratica” di internet si è dimostrata alla prova dei fatti inesatta. Se è vero che potenzialmente la rete dà a chiunque la possibilità di esprimersi, è altrettanto vero che non dà a tutti la stessa possibilità di essere ascoltati. Partire dal basso è sempre possibile ma diventa ogni giorno più difficile. Sono le regole per le quali oggi a Silicon Valley si punta in modo esplicito alla creazione di aziende-unicorno ovvero operatori in grado di controllare un intero mercato a livello mondiale.

Indietro non si torna. L’innovazione tecnologica ha cambiato le nostre vite, spesso in meglio, ed è inutile rimpiangere un passato che tanto non ritornerà. Al massimo possiamo sperare in nuove forme di regolazione capaci di ridurre gli effetti negativi dei comportamenti monopolistici degli operatori del digitale. Tuttavia il problema resta, soprattutto per un paese come l’Italia. Nell’attesa che la distruzione creatrice compia il suo corso riuscendo a generare domanda addizionale e con questa nuovi settori occupazionali (che abbiamo oggi difficoltà a immaginare) che cosa possiamo fare?

Considerando le caratteristiche del digitale e i suoi già elevati livelli di concentrazione, è difficile ipotizzare che l’Italia possa essere competitiva in questo ambito. Possiamo investire maggiormente in start-up, nella speranza che anche da noi possa nascere una di quelle grandi piattaforme del digitale di tipo californiano ma la strada sembra tutta in salita. Oppure possiamo puntare sulle specificità del nostro paese come la manifattura. Non è una contraddizione, ci sono molte ragioni che spingono in questa direzione.

La prima è che proprio il mondo della manifattura è sul punto di una rivoluzione, la cosiddetta industria 4.0, che ha a che fare con il digitale ma soprattutto prevede una profonda riconfigurazione tra attività materiali e immateriali: è un mondo in cui c’è ancora molto da costruire e quindi dove c’è ancora la possibilità di conquistarsi uno spazio rilevante. Abbiamo tradizioni di grande qualità manifatturiere, che potrebbero trovare una nuova valorizzazione. Nello stesso tempo potremmo sviluppare servizi ad alto valore aggiunto specifici per il mondo della manifattura, da esportare insieme ai nostri prodotti.

La seconda ragione è il fatto che la manifattura sembra avere una maggiore tenuta occupazionale, rispetto ad altri settori, in relazione all’impatto delle nuove tecnologie. In un recente studio realizzato per conto della Banca Centrale Europea, gli economisti David Autor e Anna Solomons stimano che l’incremento della produttività nella manifattura abbia un minore impatto negativo in termini occupazionali rispetto ad altri settori. In sostanza se aumenta la produttività nella manifattura la velocità con la quale aumenta la disoccupazione all’interno del settore è relativamente più lenta. Il terzo elemento riguarda la distribuzione geografica sul territorio. Rispetto al digitale, la manifattura è sicuramente meno concentrata e coinvolge in modo allargato porzioni più ampie del territorio.  

Marco Bettiol