Cultura

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Alice contro le streghe

30 giugno 2017

Un pomeriggio qualunque, in una città di medie dimensioni dell'Italia Centrale, in una rivendita di alimenti biologici. Sullo scaffale delle tisane tra le scatole multicolori schierate in bella vista, (ognuna inalbera la sua promessa “sollievo della gola”, “buon funzionamento dell'intestino”, persino un non meglio identificato “benessere della donna” - chissà se le tisane rifanno i letti e fanno la spesa) c'è uno spazio completamente vuoto. L'articolo che lo occupava è evidentemente esaurito. L'etichetta orfana di prodotto recita “tisana della felicità”. Al che tutto il sarcasmo evapora, lasciandoci una certa tenerezza per il genere umano.

Sì, tenerezza anche per le signore che si riempiono il carrello di alga nori e bacca goj, perché è chiaro che alla fine, gira e rigira, quello che si cerca dentro la scatola ayurvedica è sempre lei, la felicità, la consolazione da questa perenne paura del consumo, che paradossalmente porta a diventare consumisti, seppure molto responsabili e sostenibili. Chissà che non abbia ragione il Boris Yellnikoff del film Whatever works (Woody Allen, 2009) “Qualunque amore riusciate a dare e ad avere, qualunque felicità riusciate a rubacchiare o a procurare, qualunque temporanea elargizione di grazia, basta che funzioni”.Anche con l'effetto placebo.

Meno clemente di chi scrive verso il mondo delle cure alternative e dell'approccio non proprio positivista al mondo è Silvia Bencivelli, laureata in medicina, conduttrice per Rai3 della rubrica Tutta Salute. La giornalista scientifica è al suo primo romanzo o anche “saggio personale”, come giustamente lo ha definito Antonio Pascale, un altro che con le “magnifiche sorti e progressive” ci va a nozze. 

Il libro lo ha pubblicato Einaudi e a leggere il titolo Le mie amiche streghe su copertina fotografica di fanciulle volanti all'ora del tè fa pensare alle solite donne dolcemente complicate e via annoiando di cliché in cliché. Invece proprio per niente, anche se la protagonista ha il nome archetipico di Alice, spesso associato a protagoniste dalla testa per aria, ma in effetti imposto dal matematico e reverendo Lewis Carroll a una bambina che cerca di governare con la logica un mondo assurdo e irrazionale. 

E laica lo è da davvero la protagonista di Le mie amiche streghe, cresciuta rispondendo a domande da Brucaliffo "E tu che cosa sei?" a cui sempre riesce a rispondere solo in negativo. Quel che non vuole questa Alice del 2017 è la deriva neomedioevale che certa parte di mondo sembra avere preso (aprite Netflix: la programmazione è tutta un fantasy) e perde il sonno nel tentativo di ricondurre alla ragione le sue amiche, a suon di ricerche su medline (un database di scienze mediche). Tutte donne attorno ai 40 anni, alcune primipare attempate, quasi tutte dalla solida formazione scientifica e nondimeno affette da uno sciamanesimo di ritorno che le porta a un uso esclusivo dell'omeopatia e a scagliarsi a priori e indistintamente contro il parto cesareo, l'epidurale gli antibiotici e la presunta tossicità del pomodoro.

Alice era anche la protagonista dell'omonimo film del 1990 di Woody Allen, dove la trepidante Mia Farrow trovava nelle erbe cinesi, e nel dono dell'invisibilità che queste le conferivano, la capacità di aprire gli occhi e trovare la sua strada. L’Alice di Bencivelli non cambia statura e non affoga nelle sue lacrime, si rattrista ma non è troppo incline al piagnisteo, e non ha bisogno della medicina cinese visto che quella occidentale “ha circa ventisei secoli, ed è il sapere più tradizionale che abbiamo”.

Non si scaglia per partito preso contro il paracetamolo né contro le farine meno grezze della n. 2, rifugge ogni possibile atteggiamento naif e non va in brodo di giuggiole (qui l'autrice rischia davvero il linciaggio) di fronte a un cucciolo di cane festante. Le amiche con cui ha, beata lei, lunghe conversazioni, potrebbero essere le nostre, potremmo essere noi, e quindi trovarsele davanti nero su bianco fa sorridere con un senso di liberazione.

La saputella protagonista si trova ad un certo punto ad affrontare una vicenda ospedaliera, la affligge infatti il disturbo oftalmico della visione doppia. Ora, un cultore della medicina olistica direbbe che questo rispecchia per certo il duplice punto di vista che la protagonista mantiene da sempre, il manicheismo per cui bisogna per forza schierarsi con i vaccini o contro di loro. Ma noi siamo scienza, non fantascienza, e sappiamo con Alice Bencivelli che si tratta “solo” di… (non sveliamo la sorpresa finale). E' un fatto che prima durante e dopo l'operazione agli occhi la spaventatissima protagonista diventerà molto più umana e simpatica anche se solo un filo più indulgente.

 Il dibattito è aperto e potenzialmente molto articolato: un aspetto da vagliare sarebbe anche quello del protagonismo femminile, bersaglio delle critiche del libro. La risposta in tal caso sta forse nel fatto che la magia è da sempre donna, l'autrice pure e la maternità degli anni 2000 (rara, tardiva e quindi celebratissima) è un terreno ancora e più che mai misterioso che si presta assai alla coltura di ogni tipo di sciocchezze. Oppure semplicemente gli stregoni esistono, e sono anche molto carismatici, ma le donne si confrontano di più ed è più facile rintracciarle, certo non farle tacere. Altro dato è che si contrappone a questa schiera femminile new new age quelle sempre più folta, anche a casa nostra, delle donne di scienza e pragmatica: Silvia Bencivelli, Anna Meldolesi tra le divulgatrici brave, e poi i vari modelli di scienziate, da Fabiola Giannotti alle tante delle protagoniste del libro “Storie della Buonanotte per Bambine Ribelli” best seller americano firmato da due italiane emigrate in California, Francesca Cavallo ed Elena Favilli, un libro tradotto in Italia alla fine dello scorso  anno e celebrato e criticato, di nuovo, a destra e a manca. 

Silvia Veroli