Le opinioni

Foto: Benzi/Rcs/contrasto

Le opinioni

AAA giornalismo scientifico offresi

22 maggio 2017

Lo so, il mio titolo, con un pizzico di ironia, sta parafrasando quello dell’articolo scritto su queste pagine digitali da Antonella Viola: AAA giornalismo scientifico cercasi. Ma non è per scarso rispetto della ricercatrice. Al contrario: ho in massima considerazione la sua insofferenza per le fake news – sì, insomma, le bufale – che, in fatto di materia scientifica, circolano sui media. Condivido in pieno la sua disamina dei fatti: i mezzi di comunicazione di massa maltrattano la scienza e, molto spesso, la stessa ragione.

Penso anche che questa sia una patologia grave. Per il semplice motivo che viviamo nell’era della conoscenza. Ovvero in un’era in cui una parte rilevante dei beni  e dei servizi con cui ogni giorno veniamo quotidianamente in contatto sono ad alto tasso di conoscenza (per lo più di conoscenza scientifica) aggiunto. E se vogliamo non essere fruitori passivi, ma attori di questa società – se vogliamo che questa sia una società democratica fondata sulla conoscenza agita da persone libere e consapevoli – occorre non solo un’informazione corretta, ma una cultura diffusa e profonda. Il che evoca, come giustamente sostiene  Antonella Viola, la “responsabilità dei media”.        

Quello su cui io non sono in accordo è sull’individuazione delle cause. Non è per mancanza di giornalisti scientifici preparati che i mass media maltrattano la scienza. Come ha già fatto notare Fabrizio Tonello, sempre su Il Bo, i giornalisti scientifici in Italia ci sono. Tanti e bravi.

Sono passati 25 anni da quando a Trieste, presso la Scuola superiore di studi avanzati (SISSA), grazie all’intuizione di un fisico triestino, Paolo Budinich, e di un giornalista napoletano, Franco Prattico, è stata fondata la prima scuola italiana post-laurea in comunicazione della scienza. Tanto io quanto Fabrizio Tonello, abbiamo dato il nostro piccolo contributo ad animarla. Ma in questi cinque lustri di scuole di formazione analoghe, sparse per l’Italia, ne sono nate tante altre: a Padova, a Milano, a Torino, a Bologna, a Roma, a Napoli.

Personalmente ho visto passare in queste scuole almeno un migliaio di giovani. Tutti laureati (in media il 70% in materie scientifiche e il 30% in materie umanistiche). Moltissimi in possesso di un dottorato di ricerca. Quasi tutti bravissimi. Tutti messi in grado di discriminare il grano dal loglio sia in termini di informazione scientifica sia in termini di affidabilità degli scienziati.

Ci sono, dunque, oggi in giro per l’Italia oltre un migliaio di persone che, nel corso degli ultimi 25 anni, hanno avuto una formazione altamente qualificata in comunicazione pubblica della scienza. Il guaio è, come rilevano sia  Fabrizio Tonello sia Sergio Pistoi, che la gran parte non ha un impiego stabile. Loro sì sono pronti a fare buona comunicazione della scienza – di qui il titolo di questo mio intervento, AAA giornalismo scientifico offresi – ma il sistema editoriale italiano non risponde. E quand’anche risponde – salvo rare, ma preziose eccezioni – non li valorizza. Tutt’al più offre una mancia per un articolo o un intervento.

Dunque, siamo nel pieno di un paradosso, ahimè solo apparente: mai come oggi i mass media hanno tutte le possibilità per non propinare bufale ai loro lettori/ascoltatori/telespettatori – o, almeno, di minimizzarne il numero – eppure mai come oggi tante bufale pascolano numerose e tranquille su giornali, siti web, radio e televisioni.

Perché? Fabrizio Tonello lo ha spiegato molto bene. I mass media oggi – o meglio, una parte notevole dei mass media oggi – attingono a risorse che non derivano dai lettori/ascoltatori/telespettatori. I maggiori introiti derivano dalla pubblicità. Per cui l’obiettivo di una parte rilevante dei gruppi dirigenti dei mass media (editori, ma anche direttori) non è tanto quello di soddisfare la domanda di qualità del lettore/ascoltatore/telespettatore, quanto soprattutto quello di soddisfare le esigenze degli inserzionisti. E queste esigenze sono quelle di rompere il muro dell’attenzione dell’utente – non importa se la notizia sia vera, verosimile o falsa – per raggiungerlo con il messaggio pubblicitario. I mass media sono troppo spesso strumenti di marketing.

Questo è vero un po’ dappertutto nel mondo occidentale.  E così può succedere che, talvolta, persino The New York Times – un quotidiano che si rivolge alla classi dirigente del suo paese – possa proporre qualche notizia sexy a prescindere dalla sua rilevanza giornalistica.

Tuttavia la sensazione è che in Italia le bufale scientifiche si rincorrano l’una dietro l’altra con maggiore frequenza che altrove. Perché? Non abbiamo una risposta certa. Ma guardando il fenomeno da alcuni decenni da un osservatorio privilegiato, una prima idea l’ho maturata. E la offro, senza presunzione di proporre una verità assoluta, ai lettori de Il Bo. La risposta sta nel sistema produttivo del nostro paese: non richiede scienza. A sua volta da molti decenni, l’Italia segue – unico tra i grandi paesi del mondo che una volta veniva definito industrializzato – un “modello di sviluppo senza ricerca”.  Per cui sui media italiani non c’è o, se c’è, è piuttosto tenue, quella pressione per un’informazione scientifica rigorosa che in altri paesi viene esercitata da un settore rilevante della società. È anche per questo che le esigenze del marketing prevalgono più facilmente che altrove sulla necessità di un’informazione rigorosa.

E, tuttavia, c’è un altro fattore che – in Italia, ma non solo in Italia – contribuisce a un’informazione scientifica spesso poco rigorosa se non fuorviante. E questo fattore è tutto interno alla comunità scientifica. È la stessa Antonella Viola a indicare il caso di ricercatori che scrivono libri o vanno in televisione dando l’impressione di annunciare la scoperta del secolo, anche se questa non è stata validata dalla comunità scientifica. Casi di questo genere si verificano piuttosto di frequente e originano da un’altra peculiarità del nostro tempo che tutti – comunicatori, pubblico ma anche ricercatori – dobbiamo saper riconoscere, con cui dobbiamo imparare a fare i conti: l’interesse privato.

Questo interesse può essere di tipo individuale: il ricercatore che cerca di vendere, nel senso letterale del termine, una sua scoperta. Ma in genere appartiene a un’impresa: ricordiamoci che ormai nel mondo i due terzi dei 2.000 miliardi di dollari che ogni anno vengono investiti in ricerca scientifica e sviluppo tecnologico sono a opera di privati. E le imprese talvolta cercano di massimizzare il profitto anche a scapito del rigore scientifico.

Ma c’è di più. In molti paesi occidentali – e il fenomeno sta raggiungendo l’Italia – ci sono gruppi di interesse, appunto, che, soprattutto in campo medico, cercano di affermare una via, per così dire, neoliberista alla scienza. Il processo di validazione scientifica è lungo e costoso, dicono alcuni. Le aziende non lo reggono più. Pertanto mettiamo sul mercato, che so, un farmaco o un kit diagnostico di cui siamo sicuri che non sia tossico, ma di cui non abbiamo evidenza empirica della reale efficacia. E lasciamo che sia il suo uso, per così dire, sul campo a dimostrare se è davvero utile o meno. Tutto ciò darà nuovo stimolo all’innovazione e abbatterà i costi industriali.

È alla luce di questo processo culturale, che alcuni ricercatori sono disposti a sacrificare almeno un po’ il rigore dei protocolli scientifici in nome dei benefici economici. Certo sarebbe completamente sbagliato ribaltare il titolo dell’articolo di Antonella Viola e trasformarlo in AAA scienziato rigoroso cercasi. Perché la comunità scientifica ha tutti i mezzi – e, almeno quella finanziata con fondi pubblici, li esercita – per preservare il valore mertoniano del disinteresse. Ma è anche vero che le insidie  stanno aumentando ed è bene che tutti – ricercatori, giornalisti e cittadini comuni – le tengano nel debito conto.

Pietro Greco