Società

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A 50 anni dall’alluvione l’acqua fa ancora paura

14 novembre 2016

Il 4 novembre 1966 non solo Firenze, ma anche Venezia e una buona parte del Veneto finivano sott’acqua. Nella città lagunare il livello del mare toccò quota 194 cm mentre nell’entroterra, escludendo le zone interessate da mareggiata, le esondazioni dei fiumi allagarono circa 170.000 ettari, in particolare nelle province di Venezia, Padova e Treviso. Un evento per molti versi eccezionale, causato dal concorso di piogge torrenziali e dal riscaldamento della temperatura – che sciolse la neve accumulata anche a bassa quota – mentre bassa pressione e forte vento contrario impedivano il regolare deflusso dalla Laguna.

Il Piave durante la piena del 1966

La piena del Piave del 1966: rotta in destra a valle di Ponte di Piave (Treviso)

Una situazione rara ma tutt’altro che irripetibile, e che oggi potrebbe avere conseguenze ancora più disastrose: è il segnale di allarme che arriva dagli ingegneri idraulici riuniti nell’Aula magna di Ingegneria lo scorso 4 novembre, per il seminario dal titolo 1966-2016: la previsione delle piene, il rischio idraulico e le opere di difesa a 50 anni dall’Alluvione. Tra i relatori Luigi Da Deppo, docente emerito di costruzioni idrauliche al dipartimento di Ingegneria civile, edile e ambientale, a cui abbiamo chiesto cosa è stato fatto in questi 50 anni per mettere in sicurezza il territorio. “A Venezia è stato costruito il MOSE, che una volta inaugurato nel 2018 dovrebbe proteggere la Laguna dal mare Adriatico – risponde il docente –; per quanto riguarda, invece, i corsi d’acqua non è stato fatto praticamente niente”.

 Sull’argomento Da Deppo ha da poco pubblicato uno studio sulla rivista dell’Associazione Idrotecnica Italiana, dall’eloquente sottotitolo Considerazioni (malinconiche) dopo 50 anni. L’articolo illustra come in seguito ai fatti del 1966 una commissione interministeriale, presieduta da Giulio De Marchi, avesse proposto una serie di opere di protezione, come l’ampliamento degli alvei dei fiumi nei tratti in pianura e la realizzazione di una serie di invasi per assorbire (o laminare, come si dice in gergo tecnico) almeno in parte le ondate di piena.

Dopo anni però l’unica opera significativa è il bacino da 23,6 milioni di metri cubi del Cellina-Meduna-Livenza, realizzato in oltre 30 anni tra il 1982 e il 2014 tramite la diga di Ravedis, che però non è ancora stata collaudata. Per il resto si è fatto poco o nulla: casi emblematici sono i progetti per la realizzazione di dighe a Meda sull’Astico, oppure a Pinzano sul Tagliamento, in Friuli. Quest’ultima fu concepita dopo che le piene del 1965 e 1966 avevano provocato, tra l’altro, l’allagamento di Latisana; alla fine però il progetto non fu realizzato per le opposizioni delle popolazioni interessate dall’invaso.

La situazione è che la grande maggioranza dei 45 serbatoi artificiali nei corsi d’acqua veneti è stata realizzata soprattutto tra la fine della seconda guerra mondiale e la metà degli anni ’60, principalmente con finalità idroelettriche e in parte per l’irrigazione, non per la protezione idrogeologica. E poi? tante cose sono cambiate, da una maggiore sensibilità ambientale al disastro del Vajont nel 1963. Parte della responsabilità deriva inoltre anche dall’istituzione dell’ordinamento regionale del 1970, con il conseguente passaggio delle competenze di difesa del territorio dallo Stato alle Regioni, ma anche dalla successiva legge 18 maggio 1989, n.183, che ha istituito le Autorità di bacino.

Oggi gli interventi infrastrutturali – associati in alcuni casi a fenomeni di corruzione, inefficienze e ritardi – sono osteggiati dalle popolazioni locali, tramite i ben noti meccanismi della sindrome di NIMBY (Not In My Back Yard) o NIMTO (Not In My Term of Office). “Oggi in Italia c’è una percezione del rischio idrogeologico abbastanza distorta – conferma l’altro docente di costruzioni idrauliche Giancluca Botter – l’attenzione mediatica si concentra spesso sugli eventi catastrofici dopo che sono accaduti e mai su una corretta pianificazione e utilizzo del territorio”. In questo modo però gli interessi locali rischiano di mettere da parte quello della collettività: “La costituzione di comitati ‘No Diga’, ‘No Cassa’, ‘No Tutto’ spaventa non pochi politici – continua Da Deppo –. Ovviamente l’aver demandato, con le Regioni, alla classe politica locale scelte che in passato erano prese dal governo centrale, non ha certo facilitato l’assunzione di talune decisioni”.

Eppure nel 1966 fu proprio una grossa opera infrastrutturale, la galleria di 10 chilometri tra l’Adige e il Lago di Garda appena inaugurata, a salvare Verona dell’allagamento, a differenza di quanto era avvenuto con la piena del 1882. Oggi molte delle opere previste dalla commissione De Marchi, in particolare le dighe, non sono praticamente più fattibili perché nel frattempo parte delle aree interessate dagli interventi sono state urbanizzate o destinate ad altre infrastrutture. Oggi inoltre sono peggiori anche le condizioni degli alvei dei fiumi e degli argini, spesso occupati da piante e insidiati da abitazioni sempre più vicine e ponti e passerelle non a norma. “Per rendersene conto basta fare un giro sui nostri argini – spiega Paolo Salandin, a sua volta docente presso il dipartimento ICEA – oggi ci siamo dimenticati della manutenzione. D’altronde non si capisce nemmeno chi dovrebbe farla: le Province, che presto dovrebbero essere cancellate?”. Insomma non c’è da stare tranquilli: “Oggi i danni potenziali di un’alluvione simile a quello del ’66 sarebbero ancora maggiori rispetto a 50 anni fa – conclude l’ingegner Da Deppo –. Per questo intervenire è più che mai necessario. L’evento del 2010 in Veneto è stato una prova di cosa può accadere”.

Daniele Mont D’Arpizio