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Truppe italiane in marcia durante la Prima guerra mondiale. Foto: Archivio/A3/Contrasto

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1917, l'anno in cui i popoli dissero "Basta!"

7 novembre 2017

Il 7 novembre porta con sé un’alluvione di articoli e servizi televisivi sulla rivoluzione russa del 1917, così come il centenario della battaglia di Caporetto, due settimane fa, è stato l’occasione per ampie ricostruzioni della sconfitta italiana che, nel giro di 12 mesi, si trasformò poi nella vittoria finale della Grande Guerra.

Colpisce, tuttavia, il fatto che l’entusiasmo dei giornali italiani per gli anniversari non si estenda al di là delle Alpi, rinunciando in partenza a guardare cosa succedeva in tutta Europa in quel fatale 1917. La rivoluzione d’Ottobre (che iniziò il 7 novembre ma si chiama così per lo sfasamento tra il calendario cristiano ortodosso e quello che usiamo noi) viene ormai comunemente definita un “colpo di stato” dei bolscevichi, cioè dei comunisti russi, ispirati - nell’interpretazione di molti storici - da una “dottrina fanatica”.

Naturalmente, non è questa la sede per fare un bilancio dell’esperienza dell’Unione Sovietica tra il 1917 e il 1991, ci limiteremo a collocare ciò che accadde in Russia nel suo necessario contesto, la prima guerra mondiale: se ne parlerà l’8 novembre nel convegno organizzato dal dipartimento di Scienze politiche, giuridiche e studi internazionali. La rivoluzione, anzi le rivoluzioni come vedremo tra poco, avvennero perché nel 1914 era scoppiata la guerra tra Francia, Gran Bretagna e Russia da una parte e Germania e Austria-Ungheria dall’altra. Agli alleati si sarebbe unita un anno dopo l’Italia, che nel maggio 1915 dichiarò guerra all’Austria con l’obiettivo di annettere Trento e Trieste.

Nulla di ciò che accadde in Russia è comprensibile senza avere presenti le dimensioni apocalittiche dello scontro, i milioni di morti, feriti e prigionieri sui campi di battaglia della prima guerra moderna: solo l’Italia ebbe oltre 600.000 morti, cioè una popolazione pari a quella attuale di Padova, Vicenza, Verona e Treviso. Immaginate queste quattro città vuote, non un’anima sopravvissuta, cumuli di macerie ovunque e avrete una pallida immagine di ciò che significò la guerra cento anni fa. Per Russia, Germania e Francia la sorte fu molto peggiore, infinitamente peggiore.

La seconda guerra mondiale, con i suoi bombardamenti terroristici, il genocidio degli ebrei e, infine, l’uso dell’arma atomica, ha fatto dimenticare l’ampiezza delle sofferenze di soldati e civili nella prima guerra mondiale. Il conflitto iniziato nel 1914 fu una “guerra totale”, quella in cui le perdite umane, civili e militari, raggiunsero dimensioni mai neppure immaginate. Per anni, decine di migliaia di soldati morivano in un giorno sulle montagne del Friuli, a Verdun, sulla Somme, sul fronte russo. Si viveva nel fango e nel terrore dei gas tossici, una nuova invenzione impiegata per la prima volta in quegli anni. L’indifferenza per le vite umane di generali ancora con la mente rivolta alle guerre limitate dell’Ottocento è oggi quasi incomprensibile.

Solo molti anni dopo la memoria dei sopravvissuti, le tardive inchieste dei governi e l’opera degli scrittori avrebbero sollevato un angolo della pesante cortina di menzogne e silenzi che la censura militare aveva imposto in tutti i paesi fino al 1917. Erich Maria Remarque con Niente di nuovo sul fronte occidentale, Emilio Lussu con Un anno sull’altopiano, Henri Barbusse con Il fuoco, Ernst Junger con Nelle tempeste d’acciaio hanno mostrato la brutalità della vita nelle trincee, l’insensatezza della strage.

Se è utile discutere oggi del 1917, dobbiamo quindi farlo guardando a Caporetto, a Verdun, alla rivoluzione russa e alla fine della prima guerra mondiale nel novembre 1918 come a tessere di un unico mosaico che prende forma a partire dalla primavera del 1917 in tutta Europa con il rifiuto di combattere. Già nel Natale del 1914, infatti, le truppe nelle trincee avevano tentato di fraternizzare, di scambiarsi sigarette al posto delle pallottole. Celebri sono rimaste le foto di partite calcio tra soldati tedeschi e inglesi nella terra di nessuno sul fronte delle Fiandre, iniziative immediatamente represse dalle gerarchie militari. Il nazionalismo, la propaganda, la minaccia di punizioni riuscirono a mantenere la disciplina per due anni e mezzo, fino alla fine del 1916. È solo con l’inizio del 1917 che si manifestano episodi di resistenza contro quella che, il 1° agosto, Papa Benedetto XV definirà “inutile strage” e “suicidio dell’Europa civile”.

È il paese che maggiormente ha sofferto per la fame e le sconfitte militari, con tre milioni di morti, feriti e prigionieri, il primo a ribellarsi: la rivoluzione russa inizia in febbraio con la rivolta spontanea della popolazione e della guarnigione della capitale San Pietroburgo (allora chiamata Pietrogrado). L’azione dei consigli di operai e soldati (soviet) condusse all’abdicazione dello zar e alla formazione di un governo provvisorio che però ribadì di voler continuare la guerra contro Austria e Germania, una scelta che di lì a pochi mesi avrebbe condotto alla sua fine.

In quei mesi si verificano episodi di resistenza in tutti i paesi impegnati nella guerra mondiale: in marzo, sul fronte italiano, è la brigata Ravenna a rifiutare l’ordine di tornare in prima linea. Benché l’episodio sia pacifico, e risolto dopo poche ore, il generale Cadorna ricorre alla barbara pratica della decimazione, sconosciuta negli altri eserciti europei: l’estrazione a sorte di un soldato ogni dieci, da fucilare “per l’esempio”. In tutto saranno 29 gli sfortunati fanti del Ravenna a essere passati per le armi.

Poche settimane dopo è la Francia ad essere toccata dal rifiuto della guerra: nel maggio-giugno 1917 si ribellano decine di reggimenti al grido di “Abbasso la guerra!” e “Viva la rivoluzione!”. I soldati rifiutano di tornare in prima linea, ignorano gli ordini degli ufficiali, cantano “l’Internazionale”. Non è una ribellione organizzata ma un movimento spontaneo e pacifico, che nasce dopo la offensiva iniziata il 16 aprile in un settore del fronte chiamato Chemin des Dames, non lontano da Reims: il catastrofico costo umano degli attacchi voluti dal generale Nivelle senza alcun risultato sul piano militare distrugge il morale delle truppe francesi. “Fatemi fucilare ma non tornerò in trincea, del resto il risultato sarebbe lo stesso” dice il soldato Henri Kuhn del 20° reggimento di fanteria, falegname, prima di essere messo al muro. 

Sono oltre 150 le unità che si ribellano, quasi sempre pacificamente nonostante gli arresti e i processi. Le rivolte non giungono mai a coordinarsi, o a consolidare la parola d’ordine della “Pace subito”. A poco a poco, qualche miglioramento nella condizione di vita dei soldati (più licenze lontano dal fronte, miglior vitto e alloggio) smorzano la rabbia, mentre la repressione colpisce i più attivi tra gli ammutinati, anche se le condanne a morte, o la deportazione, saranno tutto sommato poche rispetto all’ampiezza del movimento di protesta: in giugno, a un certo punto, tra la linea del fronte e Parigi erano rimasti solo due reggimenti fedeli all’Alto comando. I tedeschi non se ne accorsero.

Un mese dopo, il 15 luglio 1917, è di nuovo la volta dell’Italia: la brigata Catanzaro, di stanza in un paesino friulano, Santa Maria La Longa, rifiuta di tornare in prima linea. L’ammutinamento viene immediatamente represso e il giorno dopo 28 soldati vengono fucilati, altri 123 inviati alla Corte marziale, che emetterà sentenze pesantissime. Ma è a Torino, un mese dopo, che accade l’episodio più clamoroso: il ritardo nella distribuzione di farina a una popolazione stremata conduce a una rivolta che coinvolge tutta la città, con scontri che durano una settimana. Il 28 agosto l’ordine viene ristabilito, al prezzo di una cinquantina di morti tra i cittadini, dieci tra poliziotti e soldati fedeli alla monarchia, migliaia di arresti, centinaia di condanne.

Nella memoria italiana, l’autunno 1917 è ovviamente quello di Caporetto, una sconfitta attribuita dagli alti comandi al “rifiuto di combattere” da parte dei soldati invece che alla propria incompetenza nel prevedere e condurre la battaglia. Anche se l’inettitudine dei generali, Badoglio, Capello e dello stesso Cadorna, fu la causa principale degli eventi non c’è dubbio che numerosi reparti si arresero agli austriaci quasi senza combattere, o si ritirarono in disordine verso Udine, gettando le armi. L’esercito riuscì a formare una nuova linea del fronte solo molte decine di chilometri più indietro, sul Piave.

Nel frattempo, in Russia, il governo Kerenskij, che aveva puntato tutto sulle offensive dell’estate, fallite con gravissime perdite, aveva perso ogni credibilità presso la popolazione affamata e presso le truppe. Fu questo il fattore decisivo per la sua caduta, dopo una resistenza insignificante, a opera dei marinai e dei soldati di San Pietroburgo, guidati da Lenin e Trozky. Il consiglio dei commissari del popolo - questo il nome assunto dal nuovo governo - iniziò immediatamente i suoi tentativi di mettere fine alla guerra, cosa che sarebbe avvenuta alcuni mesi dopo con la firma del trattato di Brest-Litovsk.

Ma la rivoluzione che aveva avuto successo in Russia stava per scoppiare ovunque in Europa: due mesi dopo, nel gennaio 1918, ci sarebbero stati scioperi nelle industrie militari di tutti i paesi in guerra, in particolare a Berlino e a Vienna. I regimi imperiali furono in grado di mantenere il controllo di Germania e Austria ancora per pochi mesi: nel novembre 1918 sia il Kaiser tedesco che l’imperatore austriaco sarebbero stati costretti ad abdicare e i governi formati sulle ceneri delle due monarchie avrebbero chiesto l’armistizio.

Le rivoluzioni del 1918-19 in Germania e Ungheria poi fallirono ma non ci sono dubbi sul fatto che fossero parte dello stesso processo di rifiuto della guerra e della fame che aveva condotto al successo la rivoluzione in Russia, un pezzo di storia europea e non un colpo di stato in un paese lontano e barbarico.

Fabrizio Tonello