Fotoracconto

Torna alla home

1917-2017. Cento anni di Porto Marghera

“Le vedete? Erano piccine. Io le ho viste crescere, diventare pian piano sempre più grandi”. Domenico, ex dipendente della Breda Fincantieri, oggi pensionato e volontario della Cisl, indica le gru che bucano il cielo grigio e denso in una mattina di inizio ottobre. Regala suggestioni, racconta aneddoti degli anni in fabbrica, il lavoro quotidiano, gli scioperi e in particolare quella manifestazione del ’69 durante la quale, per scappare dalla carica della polizia, perse la scarpa e si tagliò un piede finendo in ospedale. Lo incontriamo, per caso, in darsena, dove trionfa il ponte strallato, durante una tappa del nostro viaggio alla scoperta di Porto Marghera, il polo chimico-industriale della terraferma veneziana che nel 2017 compie cento anni.

Foto di Massimo Pistore

Testi di Francesca Boccaletto

riflesso sull'acqua
persone a marghera marghera verticale
 marghera orizzontale
fincantieri
pesca in darsena
 

Non è facile incrociare qualcuno qui, qualcuno che pesca lo si trova sempre ma la gente non passeggia. Stanno tutti dietro i cancelli, dentro le fabbriche e dentro i bar dove ci si rifugia per la pausa pranzo. A guidarci, raccontando origini e trasformazioni di questo luogo, è la scrittrice Elisabetta Tiveron, che qui è nata e cresciuta e che, insieme a Cristiano Dorigo, ha recentemente curato Porto Marghera, Cento anni di storie (Helvetia editrice), un libro che raccoglie le storie di scrittori, giornalisti, ex operai e artisti legati a questo paesaggio costellato di ciminiere e banchine.

Si costeggiano le fabbriche, dai Grandi mulini italiani -che, con i suoi cereali, riempie l’aria di un odore dolciastro- alla Fincantieri, fino a raggiungere il Petrolchimico e il grande scheletro della Ina Montecatini che oggi, immobile, osserva il Vega. Percorrendo in auto lunghi rettilinei, tra fabbriche in attività e strutture abbandonate, si raggiunge infine Fusina, “dove Marghera si sfrangia e già guarda Venezia”, commenta Tiveron.

 


“In occasione del centenario, abbiamo scelto di raccontare Porto Marghera in modo insolito, partendo dalle storie personali di chi ci è nato e cresciuto, oppure di chi l’ha vissuta o attraversata”. Ecco allora che, in questo libro, ogni autore descrive il suo rapporto con il polo chimico-industriale, progettato da un gruppo di nobili e imprenditori, e l’attigua città giardino.

“Mio padre iniziò a lavorare in petrolchimico, alla Chatillon che produceva fibre sintetiche, nel 1967, a 21 anni. Due anni dopo nascevo io. Nel 1972 l’azienda confluiva nella neonata Montefibre, dove papà continuerà a lavorare fino al ’77. La fabbrica entrava nella nostra quotidianità in tanti modi. Le onnipresenti tute da lavoro: salopette e giacca di tela blu, e le magliette che, quando iniziavano ad essere usurate, mia madre metteva a stingere in varechina per trasformarle in qualcosa di ancora portabile. Le gavette d’acciaio – due, di diverse misure – parte integrante del pentolame di cucina. Le matasse di filo sintetico che papà a volte portava a casa, e mamma ci faceva le parrucche per Carnevale”.

 

 

I ricordi di bambina di Elisabetta Tiveron incrociano altre parole, quelle per esempio di Roberto Ferrucci che invita a osservare “questo spettacolo, perverso forse, ma pur sempre spettacolo”, e incontrano altre memorie, come quelle di Fulvio Ervas che nel libro descrive il suo primo giorno di lavoro in fabbrica, severa punizione per la bocciatura in terza liceo:

“Mio padre aveva aperto la porta della stanza e mi aveva avvisato che dai primi di giugno si andava in vacanza ai cantieri navali Breda Sono sceso dalla corriera blu come da un modulo lunare e mentre mio padre sfrecciava dall’altra parte della strada, io sono rimasto sbalordito ad osservare una marea maschile di formiche senza volto. E poi i muri di recinzione, le lunghe braccia delle gru e la sirena che annunciava l’entrata. Come l’urlo di un dio gigante”.

Torna ai fotoracconti