Società

Società

“Qui la corruzione è un sistema”: l’Italia secondo Piercamillo Davigo

29 maggio 2017

Sono passati venticinque anni da quel 17 febbraio 1992, quando a Milano venne arrestato per una tangente Mario Chiesa. Era l’inizio di Mani Pulite, l’inchiesta giudiziaria che sembrava destinata a rinnovare radicalmente la classe politica e il Paese. Oggi a distanza di tanti anni quelle speranze appaiono disilluse: per lo meno secondo Piercamillo Davigo, allora brillante componente del Pool milanese, oggi severo presidente nella seconda sezione penale della Cassazione e fresco reduce dalla guida dell’Associazione Nazionale Magistrati. Ruoli istituzionali che non hanno spento la sua nota vis polemica, come dimostra il recente Il sistema della corruzione (Laterza 2017) presentato a Palazzo Bo durante una tavola rotonda.

Il quadro tracciato dal libro, che solo per il momento chiude una trilogia dell’autore sull’argomento, non è per nulla tranquillizzante: la corruzione secondo Davigo oggi è ancora diffusa e anzi sembra essere tornata agli antichi fasti. Viene citato a questo riguardo l’ultimo rapporto di Transparency International, dove l’Italia – nonostante qualche lieve miglioramento negli ultimi anni – figura assieme a Cuba al 60° posto nell’Indice di percezione della corruzione (IPC), dietro a Botswana, Qatar, Capo Verde e a tutti i Paesi UE (tranne Grecia e Bulgaria). E non vale secondo il magistrato il fatto che si tratta pur sempre di una rilevazione basata su percezioni e non su dati concreti: “i delitti di corruzione presentano una cifra nera (ovvero la differenza fra il numero di reati commessi e quelli risultanti dalle statistiche giudiziarie) molto elevata – scrive Davigo – . Per intenderci, il numero di condanne ogni 100.000 abitanti in Italia è più basso rispetto, ad esempio, alla Finlandia”.

La corruzione, spiega il magistrato nel libro, rappresenta una grave minaccia per qualsiasi ordinamento statale, in quanto crimine seriale e diffusivo. Seriale perché chi si macchia una volta di questo illecito tende poi a ripeterlo ad ogni occasione; diffusivo in quanto corrotti, corruttori e intermediari tendono naturalmente a infettare anche il resto del tessuto sociale. E non è tutto: la corruzione diffusa spalanca praterie al crimine organizzato, l’unico in grado di garantire nel lungo periodo efficacia a un sistema illegale diffuso, sanzionando e reprimendo i comportamenti onesti.

La corruzione per sua natura è un reato sfuggente quanto insidioso: non avviene davanti a testimoni ed è nota soltanto a chi è direttamente coinvolto, cioè a corrotti e corruttori, che hanno un interesse comune e condiviso a osservare il silenzio. Anche se si viene presi del resto non c’è da disperarsi, per lo meno in Italia: secondo Davigo infatti nel 98% delle condanne per corruzione le pene inflitte sono inferiori ai due anni di reclusione, con conseguente sospensione della pena. Una situazione che è frutto, accusa l’autore, di scelte politiche precise: “Negli anni successivi (alla stagione di Mani Pulite, ndr) nulla è stato fatto – scrive l’ex presidente dell’ANM a p. 24 – se non quel che derivava da convenzioni internazionali (…) Moltissimo, invece, è stato fatto per impedire indagini, processi, condanne”.

Insomma la Legge Severino nel 2012 e la conseguente istituzione della Autorità Nazionale Anticorruzione (mai citata nel libro) nel 2014 non sarebbero bastate a invertire questa tendenza. Oggi, come dice il titolo del libro, in Italia la corruzione si sarebbe comunque fatta sistema, con i risultati che tutti vediamo. Le ragioni  sono molteplici: dallo scarso senso civico diffuso alla debolezza delle istituzioni; il risultato è quello di un Paese sempre più povero e arretrato, che non dà un futuro ai propri giovani e non riesce a dotarsi delle infrastrutture di cui ha bisogno.

Ovvio che nella visione prospettata la magistratura non è parte del problema ma la sua soluzione, vero e proprio baluardo contro la “casta” (il termine ricorre due volte nel libro): “La professionalità e l’impegno dei magistrati italiani sono elevati. Abbiamo la più alta produttivitàal mondo: nessun’altra magistratura fa tanti provvedimenti come noi”, scrive Davigo a p. 80. Per la verità un anno fa, sempre secondo Davigo, erano solo i migliori d’Europa, ma già allora il dato era stato contestato.

Se questi sono i problemi, le risposte che Davigo individua nel capitolo finale del libro, coerentemente con il proprio percorso, sono soprattutto di natura processuale e penale, e di fatto vanno nella direzione di una sostanziale parificazione dei reati corruttivi a quelli inerenti la mafia e il terrorismo, come l’incremento delle attività di indagine da parte dei corpi di polizia, la previsione di incentivi più forti e di protezione per chi denuncia, estendendo la normativa sui collaboratori e sui testimoni di giustizia e  infine la previsione di operazioni sotto copertura. Risposte per l’appunto soprattutto  di natura giudiziaria e investigativa: è questo, forse, il passaggio meno persuasivo di un libro comunque da leggere e meditare.  

Daniele Mont D’Arpizio 

Le opinioni: combattere il crimine, ma senza bloccare tutto

“I gravi problemi dell’Italia sono tutti collegati alla corruzione: dal debito pubblico alla crisi bancaria, passando per la mancata crescita della produttività”, ha detto intervenendo in collegamento video alla presentazione del libro Luigi Zingales, economista della University of Chicago e direttore dello Stigler Center for the Study of the Economy and the State. “Negli anni la corruzione ha creato in Italia a una vera e propria ‘peggiocrazia’, in cui non si lavora e si fa carriera per merito ma per la lealtà rispetto al sistema corruttivo”. La risposta a una situazione tanto drammatica può essere soltanto in misure davvero efficaci: “Ad esempio introducendo il reato come la corruzione privata e soprattutto premiando chi denuncia: la corruzione si nutre di un clima di connivenza che bisogna spezzare. Sconfiggere la corruzione si può, basta volerlo. Quello che oggi veramente manca in Italia è la volontà politica”.

Una visione non condivisa fino in fondo da Mario Bertolissi, professore di diritto costituzionale presso l’università di Padova. La situazione attuale, secondo il giurista, non è unicamente risolvibile con una serie di interventi legislativi. Spesso anzi è proprio lo Stato quasi a spingere i cittadini verso l’illegalità: “Ad esempio con i condoni, oppure con le leggi fatte male e complicate. Lo abbiamo visto ad esempio con il nuovo codice degli appalti del 2016, che subito dopo la pubblicazione ha dovuto subito essere corretto più volte a causa degli errori e delle imprecisioni contenute. Il livello di corruzione dipende anche dalla complicatezza del sistema, e non riusciremo ad abbassarlo finché non ci doteremo delle competenze necessarie”.

“Non bisogna cedere alla tentazione di rendere più pesanti i controlli, con il rischio di creare ampi margini di potere discrezionale: il miglior humus per la corruzione”, ha avvertito Paolo Gubitta, docente di teoria dell’organizzazione presso l’università di Padova. “In secondo luogo la risposta non sta nel ridurre le risorse per tutti, compresi gli onesti, me nell’alzare gli standard di ingresso per le imprese che vogliono partecipare agli appalti pubblici. E soprattutto ampliare il mercato e implementare la trasparenza, rendendo visibili le performance e i risultati degli attori pubblici”.