Università e scuola

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“La scienza non tema critiche”

11 agosto 2017

Paul Hoyningen-Huene, attualmente docente emerito alla  Leibniz Universität Hannover, non è solo uno dei più noti filosofi specializzati in scienza ed etica della scienza: è infatti considerato l’autore di riferimento per l’interpretazione del pensiero di Thomas Kuhn e Paul Feyerabend, due dei massimi esponenti dell’approccio critico nei confronti del sapere scientifico, o meglio dei suoi eventuali abusi (una posizione spesso percepita come antagonistica rispetto a quella, ad esempio, di Karl Popper). Per questo sarebbe stato un peccato non approfittare della partecipazione dello studioso al convegno su Science, technology and law, organizzato dal dipartimento di Diritto privato e critica del diritto, per fargli qualche domanda.

Professor Hoyningen-Huene, spesso le riflessioni filosofiche di Kuhn e Feyerabend sono state considerate una minaccia all’autorità della scienza, cosa che ha generato in pari misura sostenitori e denigratori. Secondo lei, c’è qualcosa che è stato gravemente frainteso da entrambe le fazioni?  

Sì, anche se occorre distinguere tra questi autori, a proposito della loro posizione sull’autorità della scienza. Kuhn, in generale, non ne ha mai dubitato: per lui se una impresa umana è razionale, è scienza. Kuhn ha dubitato di una particolare versione dell’autorità della scienza, precisamente dell’idea che il sapere scientifico, nel corso del suo sviluppo, si avvicini alla verità. A Kuhn questa idea appariva incoerente, nonostante riconoscesse il valore del progresso scientifico.

Il caso di Feyerabend (autore nel 1975 del noto libro Contro il metodo, ndr) è un po’ più difficile. Da un lato egli amava le scienze, disprezzando soltanto quegli sviluppi nel corso dei quali esse divengono dogmatiche. Per esempio, l’interpretazione “ortodossa” di Copenhagen della meccanica quantistica era per lui un esempio lampante, ritenendo che le altre interpretazioni fossero egualmente legittime e che dovessero pertanto essere ammesse. D’altro canto, egli non vedeva alcuna differenza fondamentale tra la scienza e ogni altra impresa di ricerca della conoscenza. La base di questa opinione era che il solo elemento per attribuire alla scienza uno status speciale, il metodo scientifico visto come uno specifico insieme di regole rigorose, non esisteva. Pertanto, così concludeva, non vi è sostanziale differenza tra la scienza e altre tradizioni di ricerca della conoscenza. Tuttavia, Feyerabend non considerava la possibilità che la scienza si potesse distinguere da queste tradizioni per mezzo di qualcosa di diverso dal metodo scientifico (cosa che invece è da dimostrare, ndr). 

La divulgazione scientifica cerca di decifrare i codici linguistici tecnici a vantaggio di uditori non specialistici, usando parole, metafore e idee condivise spesso assai lontane dal linguaggio tecnico usato nella letteratura scientifica. Così facendo offre davvero un buon servizio alla scienza?

Innanzi tutto, occorre accettare l’esistenza del problema: la scienza si è spesso sviluppata in maniera tale da non essere intelligibile dalle persone non specialiste, né da scienziati che lavorano in campi differenti. Sì, al fine di “popolarizzare” la scienza occorre usare immagini e metafore; l’alternativa sarebbe il silenzio su ogni questione scientifica che non sia immediatamente comprensibile agli “outsiders”. Sicuramente l’uso di metafore ed immagini può essere fuorviante, ma questo è inevitabile. Ad ogni modo, ci sono persone che sono estremamente brave a spiegare la scienza ai non specialisti (ed altre che non lo sono affatto).

Lei ha scritto molto circa il controverso tema dell’incommensurabilità, visto come una dinamica interna allo sviluppo scientifico. Talvolta però questa questione è stata vista come pericolosa e rischiosa per la razionalità della scienza

In primo luogo non condivido la descrizione dell’incommensurabilità come “pericolosa” o “rischiosa”, in quanto “incommensurabilità” è un concetto descrittivo e non normativo, e, in quanto tale, non può essere né pericoloso né rischioso. O l’incommensurabilità è un fatto dello sviluppo scientifico, o non lo è; io credo che lo sia, ma non sia particolarmente interessante, se compreso adeguatamente.

L’incommensurabilità riguarda le modificazioni dei concetti scientifici nel corso dello sviluppo scientifico. Questi cambiamenti sono adattamenti concettuali, effettuati dalla comunità scientifica, al fine di comprendere meglio il rispettivo campo di fenomeni. Chi potrebbe dubitare che i concetti scientifici necessitino di adattamenti a nuovi emergenti fenomeni? Per la maggioranza dei membri di una certa comunità scientifica questi cambiamenti non appaiono né pericolosi né rischiosi, bensì inevitabili, dati i riscontri empirici cui devono adeguarsi.

Vedere l’incommensurabilità come pericolosa o rischiosa è un grave fraintendimento derivante dall’idea che essa sia un indicatore della “irrazionalità” della scienza: l’incommensurabilità però non è questo. In secondo luogo: comunque, se anche lo fosse, cioè se la scienza fosse davvero irrazionale, che cosa ci sarebbe di “pericoloso” o “rischioso” nel saperlo? In questo caso sarebbe meno “rischioso” o “pericoloso” chiudere gli occhi?

Viviamo nell'era della massima accessibilità all’informazione e nessun campo di conoscenza sembra sottrarsi, nemmeno il più specialistico. Eppure sembra che talvolta questo non sia di aiuto nell’accrescere la fiducia della società nell’avanzamento scientifico. Secondo lei chi è oggi il “peggior nemico della scienza” (appellativo usato una volta dalla rivista Nature, riferendosi a Feyerabend, ndr)?

Ci sono alcune persone o gruppi sospettosi e perfino ostili alla scienza. Chi è il peggiore? Non saprei, non so nemmeno come si possa misurarlo. A proposito, chiamare Feyerabend  il peggior nemico della scienza era uno scherzo.

Nella cosiddetta era dei Big Data assistiamo alla immensa e continua crescita nella produzione di dati personali che offrono tracce digitali di ogni aspetto della vita pubblica e privata delle persone. Qualcuno ha scritto che, potenziando qualsiasi avventurosa forma di data-analisi saremmo nella condizione di trovare la cura della quasi totalità delle malattie conosciute. Stiamo assistendo a una trasformazione epocale nello stesso concetto di Natura, quale orizzonte specifico della ricerca scientifica, passando da un’idea fisico-naturalistica ad una informatica-modellizata dal computer?

La disponibilità del Big data e dei mezzi per processarne i contenuti rapidamente ha cambiato considerevolmente la scienza, e continuerà a farlo. Inoltre per le scienze sociali i Big Data resi disponibili dai social media forniscono possibilità di ricerca qualitativamente e quantitativamente nuove. Tuttavia, è una questione completamente differente quella relativa alla possibilità che le simulazioni possano sostituire gli esperimenti fisici. Certo, in molte situazioni questo è davvero possibile, e molte altre possibilità di questo tipo saranno scoperte in futuro. Dedurre però che, alla fine, gli esperimenti virtuali rimpiazzeranno tutti gli esperimenti reali (e le osservazioni) nelle scienze, mi sembra il risultato di una fantasia pericolosamente sovrastimata.

Lei è continuamente in viaggio, invitato da università e centri di ricerca in tutto il mondo. Quali sono le differenze che la colpiscono di più nelle modalità con le quali è organizzata e trasmessa alle giovani generazioni l’educazione scientifica?

Ciò che mi colpisce di più è l’elevata concentrazione di studenti laureati estremamente bravi nelle migliori università del mondo. Certamente, anche in luoghi meno riconosciuti si trovano talvolta studenti straordinari. Tuttavia, il gioco combinato dell’attrattività di queste migliori Università e delle loro procedure di selezione usualmente efficienti sta portando a concentrazioni di studenti eccellenti. Inoltre che una cosa che rinforza l’effetto: questi studenti competono tra di loro e imparano l’uno dall’altro. Questo è un circolo virtuoso simile a quello che si trova nel calcio europeo: i club al vertice nei campionati europei tendono ad aumentare il loro distacco con i club più in basso.

Claudio Sarra