I coleotteri scolitidi

 

 

Gli scolitidi (Coleoptera Scolytidae) comprendono un gruppo di circa 6000 specie distribuite in 181 generi, morfologicamente assai simili, ma diverse nei rapporti con l’ospite e con l’ambiente in generale. Attualmente per la regione paleartica centro-occidentale sono note 331 specie, di cui 129 riportati nella check-list nazionale, che sommate alle 477 note per l’America centro-settentrionale rappresentano poco più del 10% dell’intera famiglia. Gli scolitidi hanno infatti i più numerosi rappresentanti nelle foreste equatoriali pluviali dove, tra l’altro, svolgono una funzione ecologica ben diversa.

Nel complesso degli scolitidi vi sono entità atte a utilizzare come alimento disparati organi vegetali sia di latifoglie che di conifere. Tuttavia, a parte qualche caso particolare, la maggior parte delle specie è fleofaga o xilomicetofaga. Nel primo caso, che probabilmente rappresenta il costume alimentare più primitivo, i cosiddetti “bark beetles” utilizzano come sede riproduttiva il floema, ovvero la parte più interna della corteccia. Negli xilomicetofagi, o “ambrosia beetles”, si sono invece instaurate complesse simbiosi con funghi e batteri che permettono all’insetto di svilupparsi nei tessuti legnosi, notoriamente poveri di sostanze nutritive. Nelle zone temperate circa il 90% degli scolitidi è fleofago mentre nelle fasce tropicali la percentuale di specie xilomicetofaghe sale fino al 60%. Poiché il 90% delle specie è concentrato nelle zone tropicali, ne risulta che più della metà degli scolitidi si sviluppa entro il legno.

Gli scolitidi si sono presumibilmente originati all’inizio del periodo Triassico (circa 200 milioni di anni fa) a carico di conifere. Ambre baltiche risalenti a 25-30 milioni di anni fa (Oligocene) già contengono insetti apparentemente identici agli attuali Tomicus.

Lo schema generale di sviluppo degli scolitidi è uniforme, con poche eccezioni. Gli adulti di specie fleofaghe giungono sulle cortecce di alberi idonei alla colonizzazione e vi penetrano praticando un foro d’entrata in corrispondenza del quale viene scavata una piazzola, detta camera nuziale o vestibolo, in cui di norma avviene l’accoppiamento. Successivamente le femmine iniziano lo scavo delle gallerie materne ai lati delle quali vengono deposte le uova. Le gallerie materne sono riconoscibili per avere un diametro costante e per essere sgombre di residui. Le larve scavano gallerie caratterizzate da diametri crescenti all’aumentare delle dimensioni degli individui. Tali gallerie contengono inoltre escrementi e rosura. Raggiunta la maturità, le larve scavano una camera pupale nella quale si conclude la metamorfosi. L’insieme delle gallerie materne e larvali prende il nome di sistema riproduttivo, che secondo le specie può assumere diverse forme (Fig. 1). I neo-adulti prima di avviare il loro sistema riproduttivo trascorrono un periodo di alimentazione necessario per la maturazione delle gonadi. Le specie poligame si nutrono direttamente nel substrato nelle quali si sono sviluppate, utilizzando i resti di floema lasciati dalle larve, mentre le specie monogame si spostano alla ricerca di nuovi e freschi substrati, quali i germogli o i rametti della medesima specie ospite. Al momento di riprodursi, nelle specie poligame i maschi penetrano per primi nell’albero ospite e più tardi sono raggiunti dalle femmine. Nelle specie monogame avviene il contrario.

Negli xilomicetofagi le femmine scavano in profondità nel legno lunghe gallerie che si ramificano o dilatano a formare vere e proprie camere entro le quali verranno deposte le uova (Fig. 2). Le larve non si cibano direttamente del legno, nutrimento assai povero, ma di funghi simbionti introdotti nell’albero ospite dalla madre. All’interno del legno vi sono infatti le ottimali condizioni di tenebra, temperatura e umidità per lo sviluppo dei funghi che tappezzano le pareti delle gallerie degli scolitidi. Al termine dello sviluppo larvale i nuovi adulti emergono dai sistemi riproduttivi ripercorrendo a ritroso le gallerie scavate dagli individui della generazione parentale. In questo modo, nutrendosi del micelio fungino presente, oltre a completare la maturazione delle gonadi, s’imbrattano delle spore che poi trasporteranno in un nuovo albero ospite.

 Nonostante si tratti di un complesso tutt’altro che ricco di specie, fino al 1984 erano state pubblicate 21488 opere inerenti agli scolitidi. Tale numero è comunque destinato ad aumentare progressivamente col proseguire delle indagini intraprese in tutto il mondo, sebbene le specie oggetto di studio rappresentino una percentuale estremamente piccola dell’intera famiglia. Questo è in parte dovuto sia all’effettiva difficoltà di determinazione di molte specie, che perciò vengono spesso confuse con altre, sia al concentrarsi degli studi verso le specie di maggior interesse economico. Gli scolitidi più dannosi e maggiormente studiati appartengono ai generi Dendroctonus Erichson, Ips De Geer e Scolytus Geoffroy. Mentre i Dendroctonus sono un problema tipicamente americano (in Europa è presente il solo D. micans (Kugelann)), nella Paleartide una notevole importanza è rivestita dal genere Ips De Geer, che ha nell’I. typographus (Linnaeus) la specie più temibile, alla quale sono stati dedicati dal 1970 al 1995 circa 852 lavori scientifici. Fra gli Scolytus particolare interesse è invece stato rivolto a S. multistriatus (Marsham), soprattutto in relazione al suo ruolo di vettore della grafiosi dell’olmo. Altri generi di notevole rilievo sono Xyleborus Eichhoff, Xyloterus Erichson, Tomicus Latreille e Pityogenes Bedel.